Napoli, 28 maggio 2011
Alla stazione c’era Fabrizio ad attendermi, dopo sette anni dal vivo.
Ci ho messo un po’ a trovarlo, perché il binario era lungo, o forse ero troppo
in fondo io, e caricata di zainone, e tazzine da trasportare intatte.
Quel ragazzo, appoggiato al pilastro all’inizio del binario, in piedi con la
gamba piegata e il piede appoggiato parallelo alla schiena, era lui. Un foglio
in mano con su scritto MACCA. Ma lo scherzo non l’ho colto, non frequento i
taxi.
Adesso, ripensando, posso affermare di averlo riconosciuto per la sua postura,
e per il suo sguardo celato, stranamente, dalla barba ma non dai capelli, e
celato dallo sguardo stesso, incavato per conformazione.
Napoli. La metropolitana ha aspettato di riempirsi ,prima di abbandonare quei
frammenti di rotaia verso nuove genti da raccattare. Impensabile a Milano. Non
è che ne abbia viste molte, di metro, in ogni caso.
Sul vagone, niente di caratteristico, a parte dei ragazzi alti che parevano
usciti da Amici di Maria, o che avrebbero voluto entrarci. Commento del mio
Cicerone: “ Eh, loro attingono a piene mani da qui”.
Viaggio lento, arrivati a casa. Scarico il bagaglio.
E arriva, arriva. Il mitico caffè!!! con schiumetta allo zucchero.
Wow… goduria post viaggio di 9 ore più il solito Pavia-Milano.
Pregustavo l’attesa della scoperta di Napoli immersa in quel caffè,
ecchecaffé, ristretto, a casa, a Napoli.
E anche la chiacchierata col coinquilino ha fatto parte del pregustare. Perché
avere fretta? Troppo poco tempo, per avercene.
E poi Fabrizio l’ho ribattezzato Tartaruga (Spiazzante,ma questa è un’altra
storia), perché con lui il tempo rallenta e i miei ricordi, grazie a questo
fatto, li ho ben stagliati.
Metro lenta, di nuovo, ma verso il centro, via Roma.
A parte le perturbazioni della mia femminesca e maledetta attrazione per le
scarpe, splendenti dietro le vetrine, ecco Napoli, centro.
Poche parole a rendere l’idea.
Fiumana di gente rumorosa, vetrine di pasticceria con torte oltremisura,
proporzionate ai pranzi della Domenica ( a Pavia…torte grandi come tartine…).
Casino, macchine sfreccianti, pedoni incuranti del punto in cui si attraversa.
Rumori e voci alte, e casino.
Napoli. La bancarella dei corni portafortuna, col venditore dal cappello-
corona di cornetti.
Napoli. Un negozio intero per i led segnaletici LOTTO PIZZA SCHEDINE .Mi sa
che li facevano pure su richiesta con -la -scritta- che- vuoi-tu.
E avanti, io e la Tartaruga cara.
Stupore a Piazza di Plebiscito. Non pensavo che una folla così potesse
diradarsi, e la strada aprirsi su un posto così…abbracciati da una Piazza che
di sera è ancora più suggestiva.
E incantata da questo splendore, una riga di silenzio di contemplazione.
Ne ho lasciate due. Non potevo sapere che di fronte avrei trovato il…mare.
No. E nemmeno che avvicinandomi c’era un lungomare STU-PEN-DO.
E nemmeno che si potesse ammirare il Vesuvio. Con un po’ di foschia…ma già
così era fantastico.
Né che si potesse scendere e sedersi sui massi, né che prima si potesse
gustare una cosa fatta di strutto di maiale.
E poi l’ho riconosciuta ancora, Napoli, da quei massi squadrati sul mare. L’
ho riconosciuta dai ragazzini, capelli verdi, cicciottelli, e con la sigaretta
esperta in mano. Grazie sempre al mio Cicerone.
E si adagia la sera, intanto sul mare. Tutti i tempi non scritti sono fatti di
chiacchiere e contemplazione, ancora ritorna, e sempre.
Vedi Napoli e poi muori. Ma non ancora, perché la periferia mi manca.
Ma nel cogliere il bello, il mio Cicerone mi ha accompagnata nella migliore
pizzeria di Na.
Chitarra e violino, musica popolare ma con arte, e il capocameriere super
gentile, e così accogliente.
WOW…
E la pizza…
squisita.
E non è una leggenda.
Di Piazza del Plebiscito al ritorno ho già detto.
Un’ultima foto ai cumuli di monnezza in centro, chissà cosa celano un po’ meno
in centro.
Chissà se lo vedrò.
Grazie Cicerone Tartaruga Fabrizio… pure il castello era molto bello, anche se
non era il Maschio Angioino.
FIRMATO: Principessa per un pomeriggio lungo a Napoli, dai capelli disfatti
(io, non Napoli)
sabato 11 giugno 2011
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